I cinesi, avendo meno forza bruta (ovvero semiconduttori) a disposizione, hanno puntato molto sulla fase due, quella in cui l'intelligenza artificiale diventa un po' più intelligente e, senza aspettare troppo che l'AI lo facesse da sola, hanno puntato a insegnarle pazientemente, passo per passo, a ragionare. In un mondo, quello dall'AI, in cui tutti hanno sempre copiato tutti, hanno lavorato sui modelli già prodotti in America per renderli più efficienti, meno energivori e, soprattutto, per accelerare la fase due, quella inferenziale, su cui del resto anche Silicon Valley si stava ormai incamminando.
L'America, inizialmente sorpresa, sta già copiando e incorporando le innovazioni cinesi, che arrivano peraltro a getto continuo, con Alibaba che sembra avere un nuovo modello superiore a quello di DeepSeek.
L'irrompere della Cina sulla scena globale dell'AI avviene con il consenso del governo di Pechino (come evidente dall'incontro tra Lian Wengeng, fondatore di DeepSeek e Li Quiang, primo ministro, poco prima del rilascio del modello). Può darsi che la Cina voglia dire all'amministrazione Trump che è inutile che metta altre sanzioni o dazi per frenare lo sviluppo tecnologico delle imprese cinesi. Con la scelta dell'Open Source, d‘altra parte, la Cina rompe l'oligopolio americano e toglie a Silicon Valley pricing power.
Le implicazioni della fase due non sono comunque solo geopolitiche, ma anche borsistiche. L'AI inferenziale si basa molto su chip diversi da quelli superpotenti che gli utilizzatori si sono finora strappati di mano. I nuovi chip sono specializzati, sono intelligenti e non solo forti. Consumano anche meno energia. Sono inoltre prodotti da società che spesso non sono ancora quotate, anche se stanno per farlo.
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